...Un
altro lavoretto è finito. I fiori sono stati deposti e tutti se ne vanno con
il loro confortante dolore a passi lenti per i vialetti
del cimitero profumato di crisantemi e di tenue umidità, come sempre in questo
periodo piovoso dell’anno.
Guardo ancora una volta la foto sulla lapide del defunto e mi preparo
anch’io a lasciare temporaneamente questo posto.
Il cielo, nonostante siamo ad ottobre inoltrato, è terso e non c’è vento, ed è
di quel colore argenteo che sa di rassicurante.
Qualche uccello solca l’aria in cerca di cibo e svanisce dietro le statue
di una cappella appena intaccata dalla muffa.
Ho sempre trovato
strano l’enorme timore referenziale delle persone nei confronti degli oggetti
che servono al culto
della morte: le pietre delle costruzioni tombali, gli articoli in bronzo che
ornano le lapidi; tutte le cose che in altri
contesti non danno sensazioni particolari, in questi luoghi di riposo -di
eterno riposo- assumono tutta un’altra prospettiva,
vengono toccati, guardati, trattati con enorme considerazione e soggezione,
come se gli oggetti stessi, o addirittura i materiali
dei quali sono composti, servissero al contatto con un mondo altrimenti
inviolabile.
Comunque, io sono un becchino. E forse, frequentando molto il posto,
faccio caso a cose cui gli altri non prestano particolare
attenzione. O può darsi che -per scaramanzia o quant’altro- certi argomenti
siano di un genere di cui non vogliono interessarsi troppo.
Lo sciame di parenti ha ormai guadagnato l’uscita e anche a me spetta
tornare ad altre occupazioni.
Le voci, all’esterno, diventano subito più deboli.
Il parcheggio si svuota in fretta e il passaggio adesso è sgombro. Un
cenno ai miei collaboratori e ci avviamo al furgone per i trasporti:
pulito e tirato a lucido con qualunque tempo. Esattamente come deve essere.
Esattamente come piace a me.
Sembra strano, ma mi incanta la sensazione di quiete che segue queste
cerimonie.
Il motore si avvia sordo come un gatto che fa le fusa e scivola
attraverso il vialetto.
Entriamo in strada e torniamo alla vita.
Mi chiamo O. (mi scuserete se mi limito ad usare l’ iniziale) e ho preso
proprio in questi giorni una decisione: un po’ per noia,
forse per trovare qualche nuovo stimolo -non certo per puro e semplice spirito
di condivisione-, ho deciso di scrivere qualche
breve racconto sulla mia attività.
Qualcuno potrebbe insinuare che si tratta di vanità. Lo lascerò dire.
Comunque, peccato per
quel poveraccio nella bara.
Ma io sono un professionista. E come da contratto, l’ho ucciso.
E poi mi sono occupato del sevizio completo.
...Penso, anzitutto, di dovere esporre i miei metodi di lavoro.
Partirei dagli attrezzi della mia professione.
Non mi è mai capitato di usare armi da fuoco. Non mi piacciono, fanno
troppo rumore, richiamano troppa attenzione. No!
Io non le ho mai usate. E poi fanno quasi sempre enormi danni: si sparge
troppo sangue, il cadavere del malcapitato ne
esce rovinato; sono difficili da fare sparire in caso di necessità e sono
facilmente rintracciabili.
Io ho sempre lavorato in modo più pulito. Utilizzo solo armi da taglio
oppure le mani nude.
Non ho preferenze particolari; uso con la stessa comodità coltelli,
stiletti, lame di ogni genere e fattura. Inoltre l’arma
bianca è molto più economica delle sputafuoco; un’automatica, o dei fucili con
mirini di precisione, costano cifre assurde;
io posso adattare qualunque lama a seconda del lavoro da svolgere.
Credo che molti utilizzino pistole e fucili –ed effettivamente tra i
modelli recenti ce ne sono di veramente interessanti
ed efficienti- soprattutto per motivi pratici; puoi svolgere il tuo compito da
molto lontano ed è una cosa utilissima in casi
particolari e delicati come quelli che riguardano persone in vista e
difficilmente avvicinabili. Ma anche –io credo- perché
non sopportano le sensazioni che danno gli attrezzi alternativi: la percezione
della lama che scivola sulla pelle madida di
sudore di qualcuno che ha avuto il tempo di realizzare, il filo che penetra
nella carne, che affonda sordo stridendo
contro le ossa che oppongono quel minimo di resistenza che possono.
Talvolta sono i committenti -i più bizzarri- a specificare anche quale
tipo di coltello io debba usare.
Comunque, in genere, decido la lama in base alla situazione e al luogo
nel quale deve avvenire il “Black Out”.
Per me è anche un’esigenza per l’altra mia professione. Se faccio pochi
danni, la composizione della salma risulta più
facile e veloce. E i parenti sono molto più contenti.
…questo è il
racconto di come decisi di crearmi la mia seconda attività. Di quando decisi
di diventare un assassino.
Era un periodo estivo di diversi anni fa. La mia attività principale
procedeva come al solito, tra riti, organizzazione,
incontri con i parenti, preparazione delle salme per il loro saluto.
Il periodo estivo è un po’ più stressante rispetto al resto dell’anno
perché il calore ambientale rende più pesanti le
mansioni da svolgere. Ma allora era peggio di adesso; i laboratori di
preparazione a quel tempo non erano
particolarmente attrezzati quanto ad aria condizionata; nei mezzi per il
trasporto si soffocava, nonostante appartenessero
ad una categoria di alta gamma. E una volta usciti, dato l’abbigliamento che è
obbligatorio tenere per rispetto e decoro,
era ancora peggio.
Ero molto giovane. In passato avevo intrapreso un paio di attività
imprenditoriali con scarso successo. Avevo tirato
avanti fino a trovare la mia strada. Ovvero quando mi misi nel campo delle
onoranze funebri. E mi ci trovai subito bene.
(E’ vero, all’inizio dovetti farmi spazio e crearmi il mio ambito per potere
operare liberamente, ma filò tutto liscio).
Ero soddisfatto della mia attività, delle capacità personali che avevo
dimostrato nel trattare con le persone che avevano
perso i loro cari, e anche dei risultati economici che tale occupazione mi
fruttava. Avevo tre collaboratori e un’agenda
costantemente piena. Tra i miei collaboratori, uno in particolare è sempre
stato per me preziosissimo, ovvero Angelo.
E’ stato con me fin dall’inizio, e per lui non ho segreti. Era giovanissimo
allora, per molti un po’ strano: emaciato,
altissimo, timido, ma gran chiacchierone quando si avesse con lui una buona
confidenza. Interessatissimo all’argomento
del nostro lavoro.
Conosce tutte le opere in versi e in prosa che trattano il tema della
morte, dal romanticismo ad oggi. Un vero appassionato,
un becchino nato. Ma anche una persona dolcissima.
Non immaginatevi il personaggio livido e oscuro dei racconti grotteschi.
In realtà, per chi lo conosca bene, una persona
solare, a suo modo.
Dunque, ci trovavamo in questa giornata caldissima e avevamo appena
terminato una sepoltura. La gente si era
allontanata e il cimitero stava lentamente tornando spopolato di anime vive.
Avevo appena finito di ritirare le attrezzature per l’inumazione e montai
sul furgone per allontanarmi a mia volta.
Oltrepassai alcune colonne in granito che cintavano l’uscita del
camposanto e guardai fuori.
Fui attratto da qualcosa che accadeva nel parcheggio esterno, tra le auto
in sosta che rilucevano riflettendo i raggi
del sole. C’erano due figure, un uomo e una donna. Erano ad una distanza di un
paio di centinaia di metri da me. Non so
perché, ma restai fermo nel bel mezzo del passo carraio a guardarle.
Notai istintivamente che c’era qualcosa che non andava, avevano un
comportamento strano, si muovevano a scatti,
come se una delle due dovesse prendere il sopravvento sull’altra facendo
continue finte di balzi –sembrava di osservare
due felini che accennano le loro mosse prima di un combattimento-, erano
agitate.
L’uomo aveva stretto una mano intorno ad un braccio della donna.
Svoltai in direzione del parcheggio e mi fermai dopo un decina di metri.
Spensi il furgone. Guardai ancora. Non pensavo
di immischiarmi se non fosse stato strettamente necessario.
Vidi che l’uomo dava alcuni strattoni al braccio della donna, ma poi la
lasciò andare. Le puntò un dito in faccia e poi le
indicò la portiera dell’auto.
Lei salì in macchina. Lui fece il giro ed entrò a sua volta. Vidi
distintamente che le mollò un ceffone appena salito.
Non sono per natura uno che si fa i cavoli degli altri, ma la situazione
mi aveva irritato. Se io fossi stato una persona
impulsiva sarei sceso dal furgone e avrei raggiunto quella macchina, avrei
tirato fuori il conducente e l’avrei caricato di botte.
Invece rimasi al mio posto. Non perché avessi paura. Avevo già preso la
decisione di non perderli d’occhio
I miei collaboratori avevano avuto disposizione di tornare in ufficio a
disporre per un’altra funzione.
L’auto si mosse
Attesi qualche istante, poi partii a mia volta
Percorremmo a velocità sostenuta una decina di chilometri su statali che
portavano alla periferia di Torino, nella zona
nord. Costeggiammo per un lungo tratto il Po in secca: enormi zolle di terra
arida -una lunga distesa di esagoni di un marrone
pallido- disegnavano il letto del fiume. Salimmo sulla collina che divide la
provincia di Torino da quella di Asti.
Li vidi rallentare e prendere una via secondaria poco dopo l’inizio della
salita
Fermai il furgone. Aspettai che mi distanziassero prima di ripartire. Non
volevo che si accorgessero di me, naturalmente;
il posto, a differenza della città non dava modo di confondersi tra le auto.
Quando mi mossi e infilai il muso nella via laterale
vidi ad un paio di centinaia di metri il mezzo che si fermava sul lato della
stradina.
Innestai istintivamente la retro. Mi allontanai di poco. Spensi il motore.
Scesi
Mi affacciai oltre le foglie di una siepe che cintava la via: i due non si
vedevano
Mi inoltrai a piedi nella stradina di campagna. Ricordo ancora benissimo
l’aria calda che mi appiccicava i vestiti scuri e
la camicia bianca alla pelle. Ricordo il battito del cuore veloce e il respiro
corto mentre mi avvicinavo come un ladro alla
macchina; era una sensazione singolare, mi sentivo colpevole senza avere fatto
niente di male. Stavo invadendo un territorio altrui
Appressatomi alla macchina vidi, dietro l’alta siepe, un edificio che si
alzava su due piani alla mia sinistra. Era una casa antica,
con muri grigi, alcuni spigoli intaccati dalla muffa, con il tetto spiovente
di pietra nera e le grondaie massicce
Feci il giro intorno alla macchina ferma nello slargo di fronte alla casa
con circospezione, tenendo d’occhio tutte le finestre
Dall’interno, ora che mi trovavo vicino, udivo uscire le voci delle due
persone che avevo seguito. Urlavano entrambe, ma
la voce dell’uomo, a tratti, sorpassava quella della donna che perlopiù
lanciava delle urla stridule che sembravano suppliche.
Non potevo decifrare il significato delle parole urlate, quindi, mi
avvicinai ancora. Mi accostai ad una delle finestre del piano
terra. Sentii dei passi veloci che si avvicinavano e mi convinsi che mi
avessero visto. Maledissi la mia idea che mi aveva fatto
arrivare in quel posto. Ma mi sbagliavo. Per fortuna i passi si allontanarono.
Ci fu un attimo di silenzio. L’aria, fuori, era immobile. Le foglie degli
alberi sembravano lo sfondo di una fotografia, i colori
erano caldi (pure loro).
La quiete quasi irreale fu rotta da un improvviso urlo dell’uomo che pareva
venire da dietro le mie orecchie.
Udii distintamente le parole: “Io ti ammazzo. Sei solo una troia”!
Mi voltai di scatto a guardare attraverso il vetro e lo vidi che correva
verso la donna che aveva il volto pietrificato.
Non so cosa mi prese. Scattai.
…
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